02 agosto 2020

Elia Viviani vs 2020

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La ruota gira (non) per tutti. A tu per tu con il Campione Olimpico ed Europeo del Team Cofidis Elia Viviani

Livellamento verso l’alto: per vincere contano i dettagli di qualità.
«Da quando, nell’estate 2019, è partito il progetto Cofidis, uno dei primi punti fermi è stato: troviamo il meglio per gareggiare. Perché, senza il meglio, nel ciclismo moderno non si vince. E così, dopo aver scelto la bici, quando il general manager Cédric Vasseur ha proposto Fulcrum come fornitore delle ruote, ho dato subito parere positivo. Nella mia testa, confesso, c’eravate proprio voi».
Elia Viviani è così. Cerca e vuole la perfezione. Sempre. Ed è proprio questo che, assieme a indiscutibili doti atletiche, lo ha portato a essere il più forte velocista italiano in circolazione e tra i top al mondo. Bastano due voci del palmarès per testimoniarne il valore assoluto: oro su pista nell’omnium alle Olimpiadi di Rio 2016 e campione europeo su strada nel 2019. 
Dopo il biennio alla Deceuninck Quickstep, è ora il turno del sodalizio con l’équipe francese, che proprio quest’anno ha ottenuto la licenza UCI World Tour e di cui Elia è la punta di diamante. Partenza rimandata a causa della pandemia di Covid-19, ma ora è finalmente il momento di salire in sella e riattaccarsi il numero sulla schiena. E noi siamo al fianco, anzi, ai piedi di Elia, che, tra un training e l’altro, è passato a trovarci in sede. Occasione imperdibile per fargli alcune domande alla vigilia di una stagione e un’avventura nuove, a tutti gli effetti.

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Com’è stato l’approccio con Cofidis?
«Dal momento in cui sono diventato parte del progetto sono stato coinvolto in tutte le scelte, dalla bici ai vari componenti. Oltre a un treno di livello per le volate, ho chiesto di avere al mio fianco brand in grado di dare il massimo in termini di prestazioni e con cui ci potesse essere un ottimo feeling. Tra i primi aspetti toccati ci sono state le ruote, che, assieme alla trasmissione, sono uno degli elementi più importanti del sistema bici. Se le ruote non girano, puoi avere la miglior bici del mondo, ma non vai da nessuna parte». 
Hai usato la parola feeling e non collaborazione: in che senso? 
«Io so che posso contare su di voi. So che in sella con me c’è il meglio e questo mi dà sicurezza e fiducia per la singola gara e per la stagione. So con chi devo parlare e so che c’è competenza, passione ed esperienza».
La differenza oggi si fa curando maniacalmente i dettagli?
«Nell’era della preparazione specifica, dei test continui e dei ritiri in altura, quando arrivi agli appuntamenti principali, trovi nel gruppo un incredibile livellamento verso l’alto delle potenzialità atletiche. È ovvio che in una situazione del genere ogni minimo particolare fa la differenza. Prima della gara, scendi dal bus e la prima cosa che fai è pensare se la bici è a posto: se è così e sai di poter contare sull’affidabilità delle prestazioni, hai la tranquillità necessaria per fare bene in gara». 

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È cambiato, da questo punto di vista, il modo di agire dei ciclisti professionisti rispetto al passato? 
«Siamo sicuramente più esperti a livello tecnico, perché tutti cercano i famosi marginal gain, in ogni cosa. E il meglio un corridore lo trova se ha una certa sensibilità nel riconoscere ciò che rende più veloci e scattanti. Una volta si saliva sulla bici che ti davano e via». 
Oggi, invece?
«C’è una maggiore attenzione nella scelta della migliore soluzione in base all’arrivo o alla volata specifici. Ecco perché in gara mi vedrete a volte con la bici allestita con le vostre Speed 40, a volte con le Speed 55: si sceglie a seconda del percorso».
A proposito, qual è la tua ruota preferita tra quelle che avrai a disposizione? 
«La Speed 55T DB, senza dubbio. Mi piacciono il profilo alto, la sensazione di rolling perfetto che ti trasmette e la sua aerodinamicità. E poi mi piace vedere la bici bella e con questa ruota sicuramente lo è. Ora sto utilizzando le Speed 55 DB in versione tubeless e la scorrevolezza superiore si sente. Penso che in alcune gare le utilizzerò». 
Parliamo della stagione 2020. Sotto il profilo della preparazione, come hai affrontato la fase di lockdown e di assenza di corse legata alla pandemia? 
«Durante il lockdown l’obiettivo era rimanere in forma, senza che la situazione diventasse pesante a livello mentale. Nella palestra allestita in garage ho creato una routine giornaliera di allenamento: un’ora di esercizi a corpo libero, tra core stability e addominali, e sezioni di rulli liberi e fissi che duravano dall’ora e mezza alle tre ore. Il lavoro in palestra è fondamentale per tenere alti i picchi nelle volate. A lockdown finito, è iniziata la preparazione progressiva. Ci siamo spostati anche in altura per il cambio di marcia necessario ad affrontare le prime gare». 

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Come sarà, a tuo avviso, questa stagione strana e “condensata”?
«È una stagione che non permette errori, perché saranno tre mesi di gare non stop. Il progetto pista, visto il rinvio delle Olimpiadi, è messo in pausa per qualche mese, ma non significa che non farò pista: serve, infatti, per ottenere l’agilità di pedalata necessaria su strada». 
Quali i tuoi obiettivi?
«La Milano-Sanremo è la corsa dei sogni e il primo obiettivo. Successivamente andrò al Tour de France per dimostrare, dopo la vittoria dell’anno scorso a Nancy, di avere le potenzialità per affermarmi in più tappe. Poi dovrò scegliere tra classiche e Giro d’Italia: molto dipenderà da come uscirò dall’ultima settimana di Tour». 
Il valore tecnico della bicicletta si esalta dialogando con quello umano della squadra: come ti sei trovato in questi primi “metri di strada” con i compagni del Team Cofidis?
«Per una squadra il passaggio da team Professional a World Tour, come è stato per la Cofidis, è importante e impegnativo. A inizio stagione ci è mancato qualcosa in termini di feeling di squadra, ma sono convinto che il gruppo è forte, a partire dal mio treno, formato da Laporte, Sabatini e Consonni. D’ora in poi ci aspettiamo di fare la differenza: dal punto di vista tecnico, abbiamo messo a punto la bici fino ad raggiungere i 7,08kg, perfetta per un velocista come me. Importante lo sviluppo sui tubeless, di cui stiamo testando velocità e affidabilità per ottenere il massimo delle prestazioni».
Grazie Elia!