04 agosto 2022

Badlands 2021

Immaginiamo solo per un momento di lasciare a Sergio Leone la direzione di una gara in bicicletta. Deserto, desolazione, personaggi con un passato pesante, duelli all’ultimo colpo di pistola o di pedale. In realtà, l’immaginazione non serve. Questa gara esiste e si chiama Badlands.

Nel 2020 protagonista Lachlan Morton, primo con un distacco incalcolabile sul resto dei cowboy. Nel 2021 un casting di un livello mai visto: uomini, donne e coppie pronte a recitare la propria parte in un film con una trama ben più avvincente in un sequel attesissimo.
Di tipi grossi, quella volta ce n’erano tanti. C’era Sofiane Sehili, che aveva appena vinto la Silk Road Mountain Race. C’era Ulrich Bartholmoes, che neanche mi ricordo quante gare di distanza ha vinto nell’ultimo anno. C’era Alistair Brownlee, un medagliato olimpico alle prese con un’avventura nel deserto. C’erano tanti altri e poi c’eravamo anche noi di Enough cycling Collective. Con noi s’indende Mattia De Marchi, tra i favoriti della vigilia ma nemmeno troppo, e una coppia composta da me, Federico, piuttosto provato dalla recente avventura alla North Cape 400, e da Asja, una tipa tosta, ma pur sempre alla sua prima esperienza di lunghe distanze.
 
 

Arrivati a Granada effettivamente si sta quasi come a casa. Il meteo è buono, le bici arrivano intere, abbiamo delle nuove ruote. Usiamo in anteprima le nuove Rapid Red Carbon: le abbiamo montate a casa e sono una bomba. Anche il tubeless sembra tenere e non fa scherzi dopo il volo in aereo.

Ritiriamo i nostri cap e i tracker, salutiamo un po’ di gente. Le gare sono un ritrovo di una community piuttosto unita e trovarsi alla partenza è sempre una festa, come un ritrovo di esploratori del vecchio west al saloon prima delle grandi spedizioni.

Tutto pronto per l’indomani, bici pronta e tutto in ordine. Partiamo piuttosto leggeri, con l’idea di fare della strada la nostra casa fino all’arrivo che ci aspetta dopo 700 km. Niente tenda, niente sacco a pelo: solo qualcosa di emergenza per Mattia, che vuole andare dritto all’arrivo; un materassino e una coperta termica per me e Asja, che ci fermeremo sicuro ma non abbiamo certo intenzione di prendercela troppo comoda.

Partiamo e come sempre è come togliersi un peso. Come uscire di casa e accorgersi che fino a un secondo prima sembrava di essere chiusi in una gabbia - le sbarre sono tutti i dubbi che hai su quello che ti aspetta, lo sceriffo è proprio la tua testa.

Tutto bello, fino a quando qualche problema tecnico mi tende un’imboscata degna dei migliori assalti alla diligenza. La preparazione, in queste cose, è tutto e questa volta è stata piuttosto frettolosa, per usare un eufemismo. Ne pago il conto dovendomi fermare più volte a sistemare le cose e perdiamo un bel po’ di tempo: mentre Mattia è là al sicuro davanti, io e Asja nelle prime ore siamo costantemente fermi e perdiamo posizioni su posizioni.

Poco male, ci si adatta e si sistema tutto. Non la situazione ideale, ma così è e così si continua. Il pomeriggio fa caldo, molto caldo. Caldo che non ricordo, ma qualcosa tra i 40 e i 42 gradi. Si pedala, ci si ferma a prendere dell'acqua quando la si trova. Ogni tanto si incontra qualcuno, per diversi motivi. Chi va più veloce ti passa, sorpassi chi è più lento, saluti con un cenno chi ha trovato un centimetro quadro d’ombra per sdraiarsi e scappare dal sole a picco. Chi prende l’acqua con te. Tra questi anche Marion Dziwnik, una nostra “compagna di ruote”, che poi vincerà la classifica delle donne.

Queste gare sono toste, la maggior parte di chi ci partecipa ancora di più. Non è di certo scontato arrivare in fondo, ma perché qualcuno getti la spugna serve proprio che la situazione sia al limite. Incontriamo Jimbo, per esempio, che sta continuando - e arriverà in fondo - con il movimento centrale completamente distrutto, pedalando praticamente solo con una gamba e tenendo l’altra pedivella con il piede.

Con lui passiamo la sera, dopo aver attraversato il primo deserto - Gorafe - al tramonto, in uno scenario incredibile. Mattia, intanto, è rimasto solo davanti e si prepara a pedalare tutta la notte, mentre noi alle 3 decidiamo di concederci una sosta per un paio di ore di sonno.
Troviamo una stalla abbandonata, nel nulla. Ne approfittiamo per appoggiarci al muro per un po’ di riparo ma dormiamo all’esterno, guardando un cielo stellato che non provo neanche a descrivervi.

C’è da risparmiare fiato, ma anche fare bene i conti con l’acqua e con il cibo. La mattina del secondo giorno, per esempio, arriviamo a Gor e sappiamo che sarà l’ultimo baluardo di civiltà per i prossimi 130 km. Ci meritiamo una colazione e riempiamo i nostri zaini e le nostre borse di tutto quello che possiamo: meglio portare qualche etto in più che rischiare di rimanere a secco.

I chilometri passano, ci lasciamo alle spalle un bel pezzo che include anche il punto più alto della traccia a 2000 metri di quota e cominciamo a scendere verso il piatto forte del menu di Badlands. C’è il deserto di Tabernas ad attenderci e ci arriviamo poco prima del tramonto.

Il deserto di Tabernas visto dall’alto è incredibile. Con i suoi canyon, le stratificazioni di roccia e le creste brulle, una dietro l’altra. Dall’alto è incredibile, pedalarci è esaltante ma Joe ha ragione: fa effettivamente più impressione. Se stacchi un attimo la testa sembra davvero di pedalare nel Far West ma c’è il terreno fatto di sabbia smossa a riportarti piuttosto in fretta alla realtà. Non abbastanza da farti scendere e camminare, il giusto per farti intestardire e provare a pedalare, procedendo a fatica a 10, 12 km/h in pianura.

Ne usciamo la sera e puntiamo verso il mare, dopo una cena veloce a base di Tapas. Pedaliamo fino a notte fonda ancora una volta prima di riposare un po’ nella solita modalità en-plein-air e prima di chiamare Mattia per un aggiornamento dal fronte. Gli mancano pochi chilometri e ormai sembra quasi fatta: Mattia vincerà la gara intorno alle cinque di mattina, con un incredibile tempo di 45 ore e 54 minuti. Noi, nel frattempo, dormiamo.

Deve essere questo ciò che ha pensato chi ha tracciato i 100 km sul mare prima di Almeria, perché dopo la prima parte di Cabo da Gata - bellissima - si scende sulla spiaggia. E spiaggia vuol dire sabbia e sabbia vuol dire spingere la bici a piedi. Fa caldo, caldissimo: il Garmin dice 45 gradi quando a mezzogiorno arriviamo in città per un pranzo veloce, per bere e fare più scorte possibili. Sappiamo che il pomeriggio sarà duro, mancano “solo 160” ma Mattia ci ha avvisato. Sono molto duri.

Quanto siano duri quei 160, io e Asja non ve lo possiamo dire. Perché il caldo al pomeriggio è ancora più devastante - abbiamo raggiunto i 49 gradi e siamo su una salita di 15km, senza un albero e senza un filo d’aria. Sembra di essere chiusi in un forno e si avrebbe voglia di strapparsi la pelle dal corpo. Si respira senza riuscire a incamerare aria.

La salita finisce e proprio quando sembra che abbiamo superato anche questo ostacolo indenni… BAM! Un colpo dritto al cuore. Improvviso, come nei migliori duelli western.
Nessuno sparo nel nostro caso, ma un colpo di calore ci costringe a dire basta e lasciare la gara, a 140 km dall’arrivo.

La domanda è ovvia. Ci tornerete? La risposta è meno ovvia, ma forse piuttosto scontata. Da una parte tornare vuol dire affrontare ancora il deserto, il caldo e tutti i vari problemi

possibili, dall’altra è proprio tutto questo che rende un’avventura come questa indimenticabile. Allora la risposta non può essere altro sì, ci torneremo. Anche perché con Badlands abbiamo un conto in sospeso. E nel Far West i conti in sospeso bisogna chiuderli il più presto possibile

 

Badlands è una gara di 750km e 18K metri di dislivello, gravel e in modalità unsupported, che si svolge nel sud della Spagna tra Granada e Almeria e attraversa gli unici deserti riconosciuti nel continente europeo. Gli stessi deserti in cui Sergio Leone ha girato la maggior parte dei suoi film western più famosi.

Nonostante sia solo alla sua seconda edizione, Badlands è già entrata di diritto tra gli eventi più importanti del calendario adventure, probabilmente per una serie di fattori che hanno contribuito a renderla tale.

La bellezza e la “durezza” dei luoghi e la professionalità degli organizzatori sono certamente alla base, a cui si aggiungono almeno altri due fattori: l’unicità dell’evento nel panorama europeo e un parterre di partecipanti di livello sempre altissimo. Tra questi, per esempio, il primo anno figurava Lachlan Morton, mentre Sofiane Sehili, Ulrich Bartholmoes, Allistair Brownlee e Mattia De Marchi sono solo alcuni dei nomi che hanno animato l’edizione 2021.

Nell’ultima edizione, che si è svolta a inizio settembre, 8 atleti hanno utilizzato in anteprima ruote Fulcrum Rapid Red Carbon. Introdotte poche settimane dopo, le nuove ruote Fulcrum sono pensate per un utilizzo gravel, per chi vuole spingersi alla scoperta di nuovi territori e nuovi sentieri, privilegiando divertimento e velocità, grazie alla loro reattività e leggerezza. Perfette per un evento adventure racing come Badlands.

Più info qui badlands.cc